Berlino: Molto forte, incredibilmente vicino

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Seconda giornata della Berlinale, e subito i giochi entrano nel vivo.
Per quanto due fossero i film in concorso programmati il 10 febbraio (entrambi francofoni, Aujourd’Hui di Alain Gomis e A Moi seule di Frédéric Videau), l’attenzione di tutti è stata concentrata sul titolo presentato fuori competizione: quel Molto forte, incredibilmente vicino che porta al cinema l’omonimo, bellissimo romanzo di Jonathan Safran Foer.
A farsi carico dell’operazione di adattamento, basandosi su una sceneggiatura di Eric Roth, è stato lo Stephen Daldry di The Hours e The Reader, che ha accompagnato il suo film a Berlino assieme a quelli che, con buona pace di Tom Hanks e Sandra Bullock, pur coinvolti, sono i veri protagonisti del film: il giovanissimo esordiente Thomas Horn e il Grande Vecchio Max von Sydow, rispettivamente nei panni di Oskar e del misterioso, muto inquilino che ha affittato una stanza a casa della nonna e che lo aiuterà nella sua missione di ricerca. La ricerca della serratura gemella dalla chiave che ha trovato nell’armadio del padre morto l’11/9: la ricerca di quel che gli rimane di un padre scomparso per sempre.

Incontrare
Max von Sydow si è rivelata un’esperienza decisamente meno intimorente di quel che si poteva immaginare: il grande attore svedese si è presentato con un sorriso amichevole, scusandosi di non potersi alzare dalla sua sedia perché in seguito ad una recente “stupida caduta” si è incrinato due costole: “Quindi non posso ridere troppo, tossire troppo, muovermi troppo,” ha continuato.
Von Sydow non ha tirato fuori una scacchiera, come temevo facesse, ma ha raccontato di aver trovato bellissimo il copione del film, un film che non racconta solo dell’11/9 ma dei tanti disastri che si possono incontrare nel corso della vita e del come si possa e debba reagire: “Un film che parla d’amore e di speranza.”
Ha detto di aver amato molto il suo personaggio, l’aura di mistero che lo circonda, la sua durezza (“Adoro la scena quando la nonna di Oskar gli dice di non parlarmi perché a volte m’infurio tantissimo,” ha sottolineato ridendo piano, per via delle costole) e di aver trovato affascinante la scelta che ha fatto di rinunciare alla parola per via del suo percorso di vita, un percorso che il libro di Safran Foer racconta ma che il film omette: “È sopravvissuto alla tragedia del bombardamento di Dresda, durante il quale ha perso tutto, e per reazione è diventato così. Si tratta di una scelta affascinante,” ha continuato l’attore, “non saprei come definirla, intellettuale, emotiva, ma sicuramente terribilmente affascinante.”

Sereno, profondo e attento alle sue parole von Sydow, decisamente più sbrigativo nelle risposte il regista
Stephen Daldry. Forse per esigenze televisive (il nostro era un junket che vedrete prossimamente su Coming Soon Television).
Come dimostra il suo film, per lui l’aspetto legato all’11/9 è più centrale di quanto percepito dall’attore svedese e di quanto trapelava dalle pagine del romanzo di Safran Foer: “ma certamente si parla di dolore e di perdita in senso ampio,” aggiunge però. Di fronte alla definizione di un film che parla della necessità dell’amore e della vita, anche se mosso dalla rabbia e dal dolore, Daldry ci tiene a specificare che, per lui, il concetto fondamentale del film è quello di famiglia: “Oskar vuole ritrovare qualcosa di suo padre, con l’aiuto di quello che potrebbe essere suo nonno, e così facendo ritrova e riscopre la madre.” Per questo, il regista vede come centrale il rapporto di Oskar con padre interpretato da Tom Hanks più di quello, invece decisamente più riuscito in termini cinematografici, con il personaggio di Max von Sydow. E, per gli stessi motivi, si capisce come Molto forte, incredibilmente vicino il film sia assai più retorico del “Molto forte, incredibilmente vicino” romanzo.

Come che sia, è indubbiamente sorprendente la performance del film del 14enne
Thomas Horn, interprete di Oskar, qui alla sua prima esperienza cinematografica.
C’era qualcosa di sottilmente inquietante nello sguardo, nell’abbigliamento e nella precisione quasi meccanica nelle risposte di questo ragazzino, come spesso accade quando s’incontrano attori bambini o comunque giovanissimi.
Horn si è detto felice che si cogliesse l’aspetto universale della storia, per quanto lui, proveniente dalla west coast, abbia vissuto con particolare intensità il legame con il dramma delle Twin Towers una volta messo piede a New York. Ha avuto ovviamente parole di stima ed elogio per i suoi colleghi di set, sottolinenando come siano state davvero divertenti per lui le scene che ha dovuto girare con Tom Hanks, le scene della felicità di Oskar al fianco del padre, ma che l’intensità e la gentilezza di Max von Sydow lo coinvolgevano molto. “Per me che non ho fatto l’attore prima,” racconta, “la parte più difficile è stata quella di calarmi fisicamente nei panni di qualcun altro, così da comprenderne anche i modi e il pensiero. Poi certo, io e Oskar siamo molto diversi: io fortunatamente non ho la sindrome di Asperger nemmeno in forma lieve. Però ci accomuna la passione per la logica e per la razionalità, per la matematica e per la scienza: a me, proprio come ad Oskar, piace che le cose abbiamo un senso, piace che siano spiegabili e razionalizzabili.”

Per le nostre opinioni sul film, logiche e razionali o meno che siano, vi rimandiamo a questa recensione.



Federico Gironi
  • Critico e giornalista cinematografico
  • Programmatore di festival
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